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Rinaldo Vitturi è stato un membro della Confraternita italiana degli Assassini vissuto in Italia nel XV secolo. Era comunemente noto come "Il Custode della Sindone".

Biografia[]

Custode della Sindone[]

"Cerchiamo la casa di Rinaldo e troviamo la Sindone al sicuro nella sua cassa, ma nessun segno di lui. È sopravvissuto?"
―Gli Assassini ad Agnadello dopo l'attacco di Perotto.[src]

Su richiesta della Confraternita, Vitturi accettò di custodire la Sindone nella sua casa ad Agnadello. Nel 1498, il suo amico e confratello, Perotto Calderon, si recò ad Agnadello per usare la Sindone, poiché credeva che potesse salvare suo figlio, nato deformato e prossimo alla morte.[1]

Diversi Assassini di Agnadello andarono incontro a Perotto, determinati a impedirgli di usare il Frutto dell'Eden per i propri interessi. Nonostante fossero consapevoli del pericolo che rappresentava Perotto a causa della disperazione che lo guidava, gli Assassini decisero comunque di combatterlo in modo equo, attaccandolo uno alla volta.[1]

Perotto, seppur con qualche rimorso, uccise o ferì gravemente i suoi avversari e continuò la sua cavalcata per Agnadello. Lì, arrivò alla casa di Vitturi e usò per suo figlio la Sindone, riuscendo a salvarlo. La Sindone, inoltre, trasmise al figlio di Perotto alcuni ricordi del padre e di Marco Giunio Bruto, che avevano interagito con il Frutto, e lo spirito dell'Isu Conso, creatore della Sindone. Curato il figlio, Perotto ripose la Sindone al suo posto. Nel mentre, invece, a Roma, gli Assassini condannarono a morte Perotto per i suoi crimini e inviarono una squadra ad Agnadello per ucciderlo. Lì, gli Assassini trovarono la scia di sangue che Perotto s'era lasciato indietro, trovando anche i cadaveri nascosti di alcuni Assassini uccisi. Nella casa di Vitturi, fortunatamente, constatarono che la Sindone era al sicuro nella cassa, anche se l'assenza di Vitturi creò dubbi agli Assassini, che si interrogarono se fosse ancora sopravvissuto. Alla fine, riuscirono a trovare Perotto e ad ucciderlo.[1]

Diserzione[]

"Secondo lui siamo troppo chiusi. Troppo timorosi di usare il potere che troviamo. Parla come un Templare e glielo faccio notare."
―Francesco Vecellio racconta il suo incontro con Vitturi.[src]

Tempo dopo, questo evento, Vitturi e diversi vecchi amici di Perotto, tra i quali molti di essi erano precedentemente incaricati di proteggere la Sindone, lasciarono la Confraternita, convinti che gli Assassini fossero troppo restii a usare il grande potere che essi custodivano. La Confraternita non si preoccupava di loro, ma pensava che essi temessero comunque il pericolo rappresentato da Cesare Borgia. Perciò, inviò una squadra di Assassini per scoprire cosa volessero.[2]

Rinalvo incontra Francesco e la sua squadra.

L'ex allievo di Perotto, Francesco Vecellio, guidava la squadra delle indagini e fu sorpreso scoprire durante gli interrogatori degli abitanti di Agnadello che il nome di uno dei disertori era quello di Rinaldo Vitturi. Quest'ultimo e i suoi uomini trovarono la squadra meno di un'ora dopo e si incontrarono. Francesco cercò subito di capire che cosa li aveva spinti ad abbandonare l'Ordine e Rinaldo gli rispose che erano troppo chiusi e troppo timorosi ad usare il potere che si ritrovano per le mani, come nel caso della Sindone. Francesco, diplomaticamente, gli fece notare che stava parlando come un Templare e trovò la comprensione di Vitturi.[2]

Davanti a quest'accusa, gli uomini di Vitturi iniziarono ad avanzare verso la squadra degli Assassini, circondandoli, ma Vitturi gli fece cenno di allontanarsi. Alla fine, Vitturi volle sapere cosa ne era stato della Sindone, ma Francesco non gli seppe rispondere. Intuendo che Vitturi e i suoi uomini ebbero perduto la loro vocazione, Francesco gli offrì l'opportunità di aiutarli nella lotta contro Cesare Borgia e di riunirsi nuovamente nella Confraternita a provare a rimarginare le vecchie ferite e a riprendersi i vecchi compiti.[2]

Quando Francesco e la sua squadra lasciarono Agnadello, non avevano ancora ricevuto alcuna risposta da Vitturi. In cuor suo, Francesco sperava che accettassero la sua proposta, in quanto non riusciva "a pensare a dei custodi più adatti di questi uomini per la Sindone".[2]

Apparizioni[]

Fonti[]

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